L’ossessione della Psicoanalisi

 

 

Innanzitutto devo riportare la presentazione che l’autore del libro Armando De Vincentiis, psicologo e psicoterapeuta ha fatto in Medicitalia, perché non tutti i lettori che accedono al blog sono abilitati a leggerlo in quanto è inserito in uno spazio riservato ai soli professionisti. E quindi non si renderebbero conto degli argomenti che qui di seguito ho esposto.

 

PERIZIA sulla VALIDITA' dei processi PSICOANALITICI

  

 








 





 

Carissimi sono lieto di annunciare l'imminente uscita del mio libro (perizia) sulle tecniche psicoanalitiche. (ed. Libellula collana Università&Ricerca)

Esattamente come in una perizia si mettono alla prova dei fatti le fondamenta teoriche di un percorso terapeutico: il metodo psicoanalitico, la sua capacità di risolvere i problemi e di affrontare determinate patologie. Davvero non è efficace per i disturbi d’ansia? Perché? E per quali disturbi può esserlo? Senza perdersi in disquisizioni filosofiche, questo lavoro cerca di rispondere nel modo più pragmatico possibile: la psicoanalisi funziona o non funziona?

i quesiti ai quali questo libro (perizia) è chiamato a rispondere sono:

1. Le basi teoriche sulle quali si fonda il metodo psicoanalitico hanno un fondamento scientifico?

2. Ci sono elementi che potrebbero far funzionare i metodi psicoanalitici?

3. Per quali patologie è più o meno indicata?

4. La psicoanalisi può avere effetti collaterali?

5. Come metodo di indagine psicologica, la sua funzione ha oggi un’applicazione razionale?

Il testo si completa con una postfazione del neuroscienziato Sergio Della Sala, responsabile del dipartimento di scienze cognitive dell'Università di Edimburgo ed un appendice sulla chimica della psicoanalisi di Silvano Fuso, chimico-teorico, dottore di ricerca in chimica.

riporto i ringraziamenti di chi ha contribuito, in medicitalia, allo sviluppo del lavoro, con consigli e confronto di casi clinici ,ossia:
Matteo Pacini, Francesco Ruggiero, Gianluca Calì, Giuseppe Santonocito, Angela Pileci, Vassilis Martiadis.

 

  Autore del libro Dr. Armando De Vincentiis

       Psicologo-psicoterapeuta di Medicitalia

 

scritto mercoledì 25 gennaio 2012 - ore: 10:22:12

 

 

 

 

Psicoanalisi: una terapia psicologica che getta turbamento e inquietudine

di Antonio Vita

 

Avvertenza:

Non posso rispondere bene prima di aver letto il libro. Questo intervento è del tutto forzato e non risponde a tutti i quesiti posti dall’autore. Forse ci potrei tornare sopra dopo aver letto il lavoro di Armando De Vincentiis.

 

 

1) La psicoanalisi non è così potente e dominante ai giorni nostri da considerarla un pericolo per le altre scuole terapeutiche, né da rischiare di appannare di queste l’efficacia, l’apprezzamento e la validità scientifica.

Tant’è che la psicoanalisi era rimasta fuori dalle scuole psicoterapeutiche per volere politico e l’estensore della L. 56/89 (Prof. Ossicini ed altri) non riuscì a far includere tra le scuole che si andavano formando, rimanendo come disciplina di lavoro e di cura, e oggetto di ricorsi giudiziari.

Si parlò di un complotto politico da parte di alcune organizzazioni che si occupano della salute pubblica.

 

2) La psicoanalisi è entrata recentemente agli onori della cronaca ed è stata riportata alla luce da una sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ne ha affermato l’efficacia curativa. Non credo che a prescindere dalla Cassazione ne sia mai stata messa in dubbio, ritengo, la sua validità teoretica e le sue nobilissime origini. Almeno per alcuni medici e studiosi che si sono formati sia sulla psicoanalisi classica o freudiana, sia sulle appena derivate, quella junghiana, adleriana e lacaniana.

Incominciamo con il ricordare che tutte le forme di psicoterapia oggi esistenti, derivano, in bene o in male, per assimilazione o per contrasto, dalla psicoanalisi (si veda l’acclusa nota al termine di questo veloce intervento); se non ci fosse stata la psicoanalisi le nevrosi non sarebbero state oggetto di studio e di terapia da parte di nessuna scuola. Saremmo tornati come se la medicina fosse tornata ad una fase in cui non conosceva né i metodi di anestesie, né i metodi di cure antuibiotiche.

 

3) La pretesa che una psicoterapia deve essere verificata e confermata o confutata è una richiesta giusta, ma occorre stabilire alcune modalità fondamentali per portare avanti il discorso o per iniziarlo.

Per poter conoscere e valutare occorre esprimersi in un linguaggio che ha una sintassi, una grammatica e una pragmatica comunicativa. Inoltre un codice comune. Allora si può comunicare. Ma se uno parla lo spagnolo e l’altro il cinese, non si intenderanno mai.

Allora stabiliamo un comune

linguaggio comunicativo:

 

I punti concernenti la psicoanalisi hanno bisogno, come per altre discipline, di avere un linguaggio comune, principi se non condivisi ma sui quali almeno poter discutere e discettare, studiati e compresi e che magari dovranno essere confutati o attaccati,

una sintassi simile e comune, (per farsi capire da un capomastro che costruisce la tua casa non basta parlare italiano, occorre una sintassi propria del linguaggio usato, diversamente, se si costruisce nelle marche da quello che si ha se si costruisce in Calabria perché essi hanno termini tecnici diventati d’uso comune che non compaiono nemmeno nel dizionario della lingua italiana, e soltanto l’ingegnere abituato a comunicare con loro riesce a farsi capire e a capire l’altro). Lo ammettete voi l’esistenza di un inconscio? No, e allora di che parliamo? Ammettete voi l’esistenza di un transfert e idi un controtransfert? Ammettete la presenza di un fenomeno che si avvera e di cui non si conoscono le cause? Jung diceva che un battito d’ali di una farfalla a Tokio poteva far scatenare un tifone nel l’oceano Pacifico. Nessuno l’avrebbe ammesso sino a quando qualcuno ipotizzò la teoria del Kaos.

- Se non crediamo insieme alla libido come forza della psiche e dell’organismo, come facciamo a parlare e a confrontarci?

- Se non crediamo entrambi in processi interni ,consci o non, come facciamo a  parlare su di loro?

- Se non crediamo ad un simbolismo della psiche, riusciremo a confutare o a capire cosa è c’è di sbagliato nella simbologia freudiana o la differenza tra questa e quella junghiana? Cosa è il simbolismo per Freud? E perché è contestato da Jung? Perché Jung parla di simboli vivi e simboli morti, o ridotti a meri se- gni?

- Se non c’intendiamo sul casualismo psicologico della malattia, come si fa poi a capire e a confutarlo e a parlare invece di finalismo psichico di un sintomo?- -

 

Per molti la mente è una scatola nera dentro la quale non si può penetrare e leggere; secondo la psicoanalisi, partendo dal linguaggio e dal racconto della persona si può arrivare a capire cosa c’è dentro la mente della persona e di investigare anche i lati oscuri;

Cambia quindi il modo di interpretare il comportamento umano – pensiamo che cambia anche tra freudiani e junghiani, e tra queste grandi scuole legate da una stretta parentela, NON ci si capisce, NON ci si spiega. Questo è il dramma che denuncia o vuole denunciare De Vincentiis? e come dargli torto? Ma non è una debacle, un fallimento soltanto della psicoanalisi, ma di tante altre psicoterapie. Mettiamo sotto “accusa” tutte le altre psicoterapie esistenti, perché nessuna di loro è valida in senso assoluto? Ve riconosciuto che tutte hanno in comune una cosa: restituire sanità mentale, liberare dall’ansia e dall’angoscia.

Se non si parte da assunti teorici che una psicoterapia possiede ed adopera nell’esprimere il  comportamento e il pensiero e le emozioni dell’uomo, non c’è possibilità di raccontarsele se non  cambiando il luogo della conversazione (che diventerà un ring di pugilato) i mezzi della comunicazione (che diventeranno i pugni), i metodi della comunicazione (i ganci, i diretti, i pugni al corpo o al volto), gli effetti (la vittoria ai punti, il KO, il pari e patta);

Il libro di Paul Watzlawick è un perno del discorso che si può fare. Soltanto che Watzlawick, che studiò a Zurigo, presso l’Istituto analitico di C.G. Jung la psicologia analitica junghiana, dopo la laurea a Venezia, e che se ne andò dopo 6/8 mesi, insoddisfatto, per altri importanti lidi, se si fosse fermato alla pragmatica comunicativa e non l’avesse usata come teoria autoreferenziale per fondare una psicologia sua, avrebbe prodotto risultati ancora migliori e più vantaggiosi di quanti ne abbia elargiti a tutti. E ne ha elargiti tanti!

Quindi,linguaggio comune, conoscenza dei principi ispiratori della disciplina che si vuol confutare, onesta, avvenuta con letture fatte lealmente e non viziate già da  incredulità, scetticismo e sospetti, una sintassi condivisa, e poi i codici (simboli, segni);

 

 

4)  Nella psicoterapia non troviamo (sempre) un rapporto di causa-effetto, come in altre scienze antropologiche (come forse la medicina, ad es.). nella psicoterapia occorre tener presente una serie di eventi diversi per ogni soggetto esaminato che entrano in gioco sul set terapeutico, oltre ai citati principi teorici che ne sono a fondamento dai quali non si può mai prescindere, l’equazione personale ed anche il principio d’indeterminazione di Heisenberg (se lo vogliamo scomodare).

   a) I principi principali ispiratori della psicoterapia costituiscono un insieme, un complesso di norme, di scoperte e di “certezze” che sono oggetto, sempre, di discussione e sui quali sarà sempre difficile convenire; annoto subito che quelle risalenti a Freud, come l’iconscio, furono intuizioni dovute a studi fatti sin dall’antichità, come la scoperta dell’inconscio (si veda di Ellenberger, “La scoperta dell’inconscio”, Boringhieri) e dai fatti che scaturivano durante un rapporto di terapia e cura, sono cioè fenomeni che Freud, poi Jung e Adler hanno riscontrato sul set terapeutico, sulla “pelle” dei propri pazienti;

   b) L’equazione personale - La differenza dell’interpretazione della Psicoanalisi, tra Freud che ne è il fondatore, Jung ed Adler, peraltro riportata dallo stesso Jung in un volume dal titolo “Psicologia dell’inconscio” Boringhieri ed., chiarisce come il carattere del personaggio, il tipo di logica, la sua formazione scientifica, la sua eredità culturale, portino più ad accentuare in Freud gli aspetti sessuali della persona, in Adler, che purtroppo aveva sofferto da bambino di una forma di rachitismo, della teoria della “volontà di potenza”. Jung si poneva come un ricercatore, in mezzo ai due, e definiva le basi della sua scelta sia verso la psicoanalisi come dottrina, sia verso la persona umana. Non che quella di Jung fosse stata una bella operazione, come dice anche in un saggio un ottimo psicoanalista freudiano come Facchinelli  autore tra l’altro del libro “Il bambino dalle uova d’oro”, edito da Feltrinelli, perché Jung non si orienta soltanto verso uno degli aspetti della psicoanalisi definendolo migliore di altri, ma svuota completamente gli assunti freudiani (che erano pilastri messi da Freud) e tutti gli aspetti costituivi della psicoanalisi stessa. Cosicché l’intera impalcatura della Psicoanalisi freudiana aveva rischiato di crollare, sotto gli strali di Jung.

Jung ripudiò il concetto di libido, la riduzione dei significati dei simboli in codice fisso, la risoluzione di tutte le espressioni culturali, il concetto del bambino come soggetto perverso polimorfo, il casualismo psicologico, la psicoanalisi come scienza positiva, la risolvibilità dell’equilibrio psichico dell’Io “dove c’è l’Id lì ci sia l’Io”. E non mi sembra poco, fu un’operazione di cesura che svuotava completamente tutti i temi centrali di Freud.

Ammesso e non concesso che Jung avesse torto in tutto, non aveva torto in un termine che compare nella capacità di conoscere, ma ostacola la valutazione di un proprio simile o un evento della vita, cioè “l’equazione personale”.

È colpa dell’ equazione personale se, nel sottoporre ad una conoscenza “scientifica” e ad una valutazione un altro da sé, la conoscenza e la valutazione possono assumere una connotazione diversa.

Se questo accadde tra tre grandi psicoanalisti, pensiamo a cosa può succedere se a giudicare un evento psichico o una persona da un punto di vista prettamente psicologico, lo fa da una parte uno psicologo comportamentale, dall’altra uno psicoanalista.

Le due valutazioni non sono comparabili. Ciò vale a maggior ragione laddove si debba fare una valutazione di una persona portatrice di una nevrosi.

La tentazione di dare alla psicoanalisi una veste di “scienza medica della psiche”, forse tanto agognata da Freud che fu medico e neurologo di valore per tutta la vita, e che come clinico si è sempre sentito nella sua attività terapeutica e nell’organizzazione della sua struttura scientifica della psicoanalisi, fu con ciò condannata definitivamente.

 

5) Se ne desume addirittura che non esiste nessun metodo psicoterapeutico che risponda ad un criterio giusto di validazione, di controllo oggettivo da parte di altri osservatori e valutatori e quindi di altre terapeuti.

Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre un rapporto a due, terapeuta e paziente, in cui “tertius non datur”.

 

6) Togliendo per un momento la psicoanalisi di mezzo, se un soggetto che presenta problemi di ansia e /o di angoscia, lo affidiamo alla terapia di uno psicologo che sia cognitivo –comportamentale, o ad un sistemico, o ad un terapeuta della famiglia, o ad un gestaltico etc., non è la stessa cosa.

Né una scuola può valutare, con i “suoi” mezzi e metodi, quello che è stato fatto da un’altra scuola. Non hanno modo, gli psicologi, di poter verificare, con i propri assunti teorici e le proprie “ricette” pratiche e terapeutiche, quello che è stato fatto da un altro terapeuta appartenente ad altra scuola.

In definitiva, non possono essere verificati sperimentalmente gli effetti prodotti, una guarigione o una non guarigione, se si adoperano altri strumenti diversi da quelli usati dal terapeuta che ha seguito il caso, appartenente ad altra scuola di formazione.

 

7) Tutto ciò però non significa che una pratica terapeutica non possa raggiungere gli stessi risultati di un’altra pratica appartenente ad altra scuola, perché chiunque opera dal suo punto di vista e di dottrina con il fine di restituire, o di aiutare la persona malata a re-impossessarsi di una sanità temporaneamente perduta, pur partendo da principi teorici e da pratiche curative diverse tra loro, potrà raggiungere gli obiettivi prefissati. Parlo di sanità psichica, mentale ed emotiva. Quindi le varie terapie, se ben condotte, portano o possono portare a guarigione.

Ritengo che ogni terapia sia stata inventata e realizzata per restituire ai malati una situazione di guarigione e di “liberazione dall’ansia e dall’angoscia”. Parimenti a tutte le altre è la Psicoanalisi, la prima e la più insigne di ogni terapia.

 

8) La teoria psicoanalitica può dare adito a tante false e cattive interpretazioni: è una questione che va sotto il nome di “resistenza”. La resistenza si manifesta nel non voler leggere attentamente libri scientifici di psicoanalisi, e soprattutto resistenza a provare a sottoporsi ad un serie limitatissima di sedute analitiche. Sono pochi coloro che, pur seguendo una scuola psicoterapeutica, si sono sottoposti ad una terapia psicoanalitica, e spesso essi ne parlano in astratto, o per aver letto libri divulgativi, o per sentito dire. Ma l’esperienza analitica non l’hanno condotta appieno. Ci sono altri che hanno provato, ma hanno trovato difficoltà a volte insormontabili e nemmeno imputabili a loro stessi con la psicoanalisi, tanto che poi hanno costituito attorno a loro, e ad altri, una cortina di invalicabilità: la resistenza. La resistenza alla psicoanalisi è importante e fu studiata a lungo da Freud e da molti psicoanalisti, tra cui anche un americano, Greenson.

È come parlare del vino. Secondo alcuni il vino fa male, non bisogna berlo, ma se non lo bevi almeno una volta o due, e non ne trai quel grande benessere psicofisico, e quindi ad uno stato di gaiezza, non potrai mai parlarne male, anche se gli eccessi possono sfociare nell’ebbrezza e in una forma di “follia” temporanea. Chi rifiuta di farlo non sa cosa si perde e cosa non conosce; o l’amore: provare a fare a meno dell’amore e parlarne male è un delitto contro se stessi e contro il creato.

Inoltre, poiché la psicoanalisi studia i meccanismi e  i processi psichici sottesi al comportamento e più in generale alla personalità del soggetto umano, sia preso singolarmente, sia in relazione ad altri, è impossibile parlare di psicoanalisi e di dinamismi psichici senza riferirsi all'inconscio, dal momento che, i processi mentali legati al comportamento manifesto sono da considerarsi come elementi dalle radici inconsce, cioè tali che agiscono al di sotto di stati di coscienza e di consapevolezza. Negare l’inconscio (Ellenberger ) è negare o amputare metà del proprio sé.

 

9) La psicoterapia analitica è lunga, ma se si tratta di condurre il paziente ad investigare nella sua vita passata, in tutte quelle esperienze formative più importanti o apparentemente meno importanti della sua vita, quanto tempo ci si deve mettere? Dieci, cento o più sedute? Non lo sappiamo. Ci sono terapie, e ce ne parla anche Jung, che durarono dieci sedute. Altre che furono interminabili. Protocolli certi, condivisi e pratici di intervento non ci sono, e se ci sono variano da psicoanalista a psicoanalista, e da paziente a paziente.

 

10) Ritengo che i protocolli di molte altre psicoterapie non dinamiche siano prestabiliti, ma quando non lo sono, i terapeuti divergono di poco dagli indirizzi generali. Cioè se li creano da soli perché il caso che trattano non è mai uguale a quelli che gli sono stati presentati nella loro scuola durante il periodo di formazione.

 

11) Uno tra i problemi allarmanti della psicoanalisi è quello della formazione degli analisti: è la difficoltà della formazione che porta a lasciare una preparazione psico-dinamica iniziata e non conclusa. Lo psicoanalista ha un “percorso” particolare che prima lo vede come “paziente”. D’altronde si diceva, e tutti convengono su questo, che se due si devono incontrare uno per fare la psicoterapia ed uno per sottoporsi alla terapia, almeno uno dei due deve essere “sano”, scevro da nevrosi, da sensi di colpa, dall’ansia, dall’angoscia etc. e questo deve essere l’analista o il terapeuta. A questo ha guardato bene la psicoanalisi: se l’analista deve essere scevro dall’ansia e dall’angoscia, per raggiungere questo stadio di equilibrio non basta studiare libri e soltanto libri, e anche molti, ma occorre sottoporsi come “umili pazienti” ad un’analisi personale che oggi viene  conteggiata in almeno 300 sedute. Unitamente a questo percorso individuale, viene seguito a scuola un lavoro di preparazione e di formazione con lo studio di numerose discipline psicologiche attinenti e non a Jung, e a terapie di gruppo, a gruppi-analisi, discussioni su casi clinici etc., unitamente ad uno studio molto intenso che dura 4 anni. Si arriva a diventare uno psicoterapeuta junghiano. Chi poi volesse raggiungere l’apice della preparazione e diventare psicoanalista junghiano, deve sottoporsi ad un esame con cinque psicoanalisti diversi, e, superato questo scoglio, può iniziare la didattica, dove insieme all’approfondimento di quanto studiato per diventare psicoterapeuta junghiano, dovranno sottoporsi ad altre 200 sedute di analisi didattica individuali. E qui spesso si interrompe una formazione psicoterapeutica. Non tutti riescono a sopportare il peso di 500 parcelle di sedute analitiche, più le spese di viaggi, di studi, di libri, di incontri collettivi, di gruppo analisi etc. e allora? allora ci si ferma al primo livello che è quello di psicoterapeuta junghiano.

C’è chi ha cercato e costruito scuole diverse, dove l’analisi personale non ha significato, dove non si ammette l’esserci dell’inconscio cosicché non c’è molto da investigare.

Da qui nascono tante scuole terapeutiche. Però non è questo il guaio. Il problema è che dopo aver scelto diversamente, sembra che la presenza della “psicoanalisi” costituisca un’ombra nella propria vita e nella propria professione, ombra da eliminare o da negare. E allora si dà addosso alla psicoanalisi come scienza del nulla e come una creazione di alcuni visionari !!!

 

 

12) E eliminando la psicoanalisi, non solo si toglie di mezzo una testimonianza scomoda per la propria attuale professione, e non se vuole nemmeno lasciare traccia, ma si finisce per non ricordarsi e non trasmettere alle giovani generazioni di psicologi che tutte le psicoterapie nascono dalla psicoanalisi.

È la rescissione totale di un cordone ombelicale. E tutto ciò può essere “interpretato analiticamente”.

 

13) Però c’è una parte di professionisti, formatisi in altre scuole di specializzazione, che cercano di recuperare il contatto con la psicoanalisi e lo fanno in modo critico, onesto, corretto e leale. Ed anche con una certa curiosità, penso, e  forse anche con un misto di speranza….

 

14) È vero che la psicoanalisi è sempre abbastanza lunga. Ma vediamo perché.

Riporto un’esperienza mia. Su 7 casi di soggetti con attacchi di panico, sei sono guariti totalmente, alla seconda o terza seduta. Ma in questi sei (lasciamo stare per un attimo il settimo caso), nel colloquio clinico, essi hanno riportato per dieci sedute, e più, la loro storia personale, ognuno le proprie paure,  i ricordi dell’ infanzia, dell’approccio alla vita, delle frustrazioni subite, di ansie vecchie, di angosce a lungo combattute, di fallimenti, di amori persi, di gioie lontane, di una vita che non sopportavano più etc. etc. Cioè si sono aperti degli scenari infinitamente grandi dove il sintomo dell’attacco di panico non esisteva più, tuttavia non potevano fare a meno di raccontare tutto quello che avevano dentro come se vuotassero il loro “Vaso di Pandora”.

E questa è PSICOANALISI.

E badate bene, i sei casi hanno avuto una remissione dei sintomi dopo due o tre sedute, ma la loro analisi è iniziata qui, dopo la terza o la quarta seduta e si è protratta per tanto tempo. Quindi non è nemmeno vero che la psicoanalisi non guarisce i sintomi, e nel breve tempo. È notizia falsa, ingiusta.

Spesso molte scuole terapeutiche hanno un immediato ed urgente bisogno di togliere immediatamente i sintomi con pratici interventi, dimenticandosi che dentro il nostro paziente ci sono migliaia di sensazioni sgradevoli che giacciono lì da anni, di cui essi hanno bisogno di liberarsi, e che non riescono a farlo o che non si trovano nell’ambiente giusto per farlo. A questi va detto: fate un’analisi personale.

 

L’aspetto critico della psicoanalisi compare nel 7^ soggetto, ricordate?, quello che avevamo messo temporaneamente da parte. A quello i sintomi del panico non vanno via. Per quanto ci si metta d’impegno il terapeuta che segue un indirizzo analitico junghiano, non riesce a venire a capo dei problemi che provocano nel 7^ soggetto degli attacchi di panico. E qui per aggiustare la situazione si ricorre ad altri accorgimenti, non per ultimo quello più doloroso: farsi aiutare. Lo fanno i medici, lo possono fare anche gli analisti.

 

15) Ma la psicoanalisi è soprattutto necessaria, indispensabile, INSOSTITUIBILE per una ri-strutturazione della personalità di un paziente.

C’è chi sente una sommessa e incalzante ed odiosa insofferenza di vivere e non ce la fa più ad andare avanti e cerca disperatamente di riappropriarsi del desiderio di esistere, di “respirare” , di godere, di togliersi quella “spina dal fianco” (Kierkegard , Jaspers). E la persona sta male e può mostrare anche molti sintomi della sua sofferenza.

Questi soggetti hanno bisogno di un’analisi personale o freudiana, o junghiana. Propendo per la junghiana per motivi personali, perché l’analisi junghiana è più dolce, meno invasiva, il paziente è più protagonista, a mio avviso.

E Jung parla di “trasformazione della personalità”, una trasformazione libidica che diventa il fondamento e il fine ultimo della psicologia analitica: la guarigione totale, la liberazione dall’ansia e dall’angoscia.

Ma dice ancora di più. Questa trasformazione, a volte, non la si ottiene soltanto con un percorso psicoanalitico. Non è soltanto l’intervento di un analista che può conferire la restituzione al soggetto di una sanità e di una guarigione.

Ci possono essere esperienze grandiose nella vita che restituiscono  la serenità, che tolgono quel mal di vivere che sta attaccato alla persona come un oltraggio insanabile e aggressivo. Ma non devono essere espressione di vanità pubblicamente riconosciute.

Una vita come quella vissuta da Maria Teresa di Calcutta è un percorso analitico verso un progetto che è durato molti anni. La suora ha lavorato tutta la vita in mezzo ai lebbrosi e tanti sofferenti. È lì che giorno dopo giorno ha maturato dentro di sé una trasformazione della sua personalità e della sua esistenza, del suo amare il prossimo, di sentire, insieme al tempo che trascorreva, la sua pace interiore perché realizzava un percorso ancora più difficile e più lungo di ogni analisi o possibile terapia. Poi è stata anche santificata, ma la vera santificazione di Teresa è stata la sua vita, non l’atto formale del riconoscimento della sua santità.

Anche chi ha sofferto molto può raggiungere uno stato di trasformazione psichica grandiosa e rigenerante.

Ma qui, adesso, siamo giunti al processo di individuazione che è il punto di arrivo di un soggetto che oltre la psicologia analitica di Jung.

 

16) Ma il tema proposto è un tentativo criminoso verso la maestra di ogni psicoterapia. Se l’obiettivo era quello di capire come ci si libera dall’ansia e dall’angoscia, sembra che si voglia arrivare alla conclusione che l’una e l’altra non siano raggiunte attraverso la Psicoanalisi, questa disciplina e dottrina che pare venga a turbare i sonni di quanti condividono tutto questo argomento così sgradevolmente posto. La prefazione al lavoro assume le sembianze di un attacco dal sapore sinistro e da un impreciso, incomprensibile e confuso scopo. Rimane questo da decodificare. Forse la soluzione di tutta questa burrasca è la seguente: Liberiamoci dalla psicoanalisi, dall’inconscio, dai brutti sogni e saremo liberi dall’ansia e dall’angoscia. E da una terrificante ossessione (dello spirito).

 

 

Non ho risposto a tutti i quesiti che il collega De Vincentiis ha esposto nella sua presentazione del lavoro. Aspetto di leggere il libro. Ma forse non ci sarà molto altro da aggiungere.

 

 

NOTA:

Qui sotto, senza alcuna intenzione lesiva per nessuno, e senza perverse e recondite  finalità, riporto l’estratto di una ricerca fatta in passato per altri motivi su Wikipedia, riguardante la nascita di altre scuole psicoterapeutiche che sono da considerarsi come derivanti direttamente o indirettamente dalla psicoanalisi, con la storia in breve dei loro fondatori.

 

Nota su alcuni capiscuola psicoanalitiche del dopo Freud

 

Jung, Adler, Reich, (Jones), Otto Rank - Anna Freud - Melanie Klein

Otto Rank - Ampliò la teoria psicoanalitica allo studio della leggenda, del mito, dell'arte ed altre opere di creatività – Rank favorì una relazione con i pazienti più egualitaria ed è talvolta considerato il precursore della terapia centrata sul cliente di Rogers.

 

Capi scuola influenzati dalla teoria psicoanalitica

 

Carl Rogers fondatore della terapia non direttiva e noto in tutto il mondo per i suoi studi sul counseling e la psicoterapia all'interno della corrente umanistica. Affascinato e stimolato sia dalle teorie di Otto Rank  (psicoanalista freudiano). 

 

Berne è noto in America e in Europa come colui che ha dato origine e sviluppo all'Analisi Transazionale -  

Berne aspirava  a lavorare nella psicoanalisi. Già allora però sfidò nei suoi scritti il concetto di "inconscio".

Nel 1941 al New York Psychoanalytic Institute e al San Francisco Psychoanalytic Institute, Berne entrò in analisi personale, e aveva l'obiettivo di diventare uno psicanalista. Nel 1956 però la sua candidatura fu bocciata, dai 5 analisti che dovevano ammetterlo all’analisi didattica, con il suggerimento di fare altri quattro anni di analisi personale prima di ritentare a chiedere il riconoscimento.

 

Terapia sistemica e della famiglia

Paul Watzlawick (Villach, 25 luglio 1921 Palo Alto, 31 marzo 2007) è stato uno psicologo austriaco naturalizzato statunitense, primo esponente della statunitense Scuola di Palo Alto. Conseguì la laurea in Lingue moderne e Filosofia all'Università di Venezia per poi proseguire gli studi presso l'Istituto Carl G. Jung di Psicologia analitica di Zurigo.

Gregory Bateson (Grantchester, 9 maggio 1904 San Francisco, 4 luglio 1980) è stato un antropologo, sociologo, linguista e studioso di cibernetica britannico, il cui lavoro ha toccato anche molti altri campi. Due delle sue opere più influenti sono Verso un'ecologia della Mente (Steps to an Ecology of Mind, 1972), e Mente e Natura (Mind and Nature, 1980). Bateson era figlio del famoso genetista William Bateson.

A partire dal 1939, a causa della guerra si trasferì negli Stati Uniti dove in breve tempo divenne l'ispiratore dei lavori del Mental Research Institute di Palo Alto (conosciuta in seguito come Scuola di Palo Alto), California che rivoluzionò l'approccio alla malattia mentale e creò nuovi strumenti psicoterapeutici completamente alternativi alla psicoanalisi tradizionale, dichiaratamente impotente contro quasi tutto quello che esulava dal campo della nevrosi[citazione necessaria] e quindi inefficace sia nell'area della psicosi che in quello dei più gravi disturbi di personalità (inclusi i vari tipi di dipendenza), e può essere considerato il padre della terapia familiare ad orientamento sistemico .

Anche la Selvini Palazzoli dopo una vita trascorsa con la psicoanalisi classica a curare le anoressiche si cimentò con la terapia familiare con ottimi risultati.

 

Terapia Cognitivo-Comportamentale

Albert Ellis (Pittsburgh, 27 settembre 1913 New York, 24 luglio 2007) è stato uno psicologo statunitense.

Fondatore della Rational Emotive Behavior Therapy, è considerato il precursore delle terapia razionale emotiva e terapia cognitivo-comportamentale. È stato valutato, dalle Associazioni di Psicologi statunitense e canadese in una stima del 1982, come uno dei tre più influenti psicoterapeuti del XX secolo (primo Carl Rogers; terzo Sigmund Freud).[1] Ha fondato a New York il Albert Ellis Institute (AEI).[2] di cui è stato presidente e poi presidente emerito.

Conseguito il Ph.D. nel 1947, continuò la sua formazione di psicoanalista. Come molti psicologi di quel tempo, era interessato alle teorie di Freud. Si sottopose ad analisi e al programma di supervisione con Richard Hulbeck (il cui analista era stato Hermann Rorschach), del Karen Horney Institute. Proprio l'opera di Karen Horney sarà l'unica significativa influenza di scuola psicoanalica nel pensiero di Ellis, sebbene anche gli scritti di Alfred Adler, Erich Fromm e Harry Stack Sullivan giocheranno un ruolo nella formazione dei suoi modelli psicologici. Ma egli attribuirà poi ad Alfred Korzybski, e al suo libro Science and Sanity, lo stimolo intellettuale che lo spinse ad esplorare un nuovo percorso filosofico e a fondare la Rational-Emotive Therapy.

Per la sue opinioni liberali e anticonvenzionali, è da molti considerato uno degli autori che più influenzarono la rivoluzione sessuale americana degli anni sessanta.

Teorizzò che l'ansia e il senso di inadeguatezza legati alla sessualità, fossero principalmente originati dalle pretese assolutistiche che gli individui si impongono riguardo alla loro vita sessuale e di coppia.

Si distaccò dalla Psicoanalisi, colpito anche dalla lunga durata e dalla scarsa efficacia della terapia psicoanalitica, che poteva sperimentare nella sua attività professionale, cominciò ad allontanarsene. La rottura definitiva maturò dal gennaio 1953, quando egli iniziò ad autodefinirsi terapeuta razionale (rational therapist). Stava sviluppando un nuovo tipo di psicoterapia, più attivo e direttivo. Dal 1955, con la pubblicazione del saggio New approches to psychoterapy techniques, denominò il suo nuovo approccio Rational Therapy (RT). La denominazione verrà successivamente modificata in Rational-Emotive Therapy (RET), ed infine in Rational Emotive Behavior Therapy (REBT).

 

Terapia della Gestalt

La terapia della Gestalt viene ufficializzata da Fritz Perls e sua moglie Laura, negli anni '40 a New York, come terapia che raccoglie e organizza le idee tradizionali della psicoterapia freudiana, junghiana e reichiana, nonché i principi della teoria del campo di Lewin e i contributi filosofici dell’esistenzialismo, della fenomenologia, e della Psicologia della Gestalt da cui prende il nome.

Note tratte da Wikipedia.

 

 

Dott. ANTONIO VITA

Psicologo - Psicoterapeuta

Analista junghiano per Atanor

Scuola di Formazione per Psicoterapeuti

Junghiani – L’Aquila -

Via del Mare 15/a -

62019 - RECANATI (Mc)

Tel. 071 7572474

cell. 3494343220

Web-mail: antonio.vita@psicovita.it

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Postfazione

 

Il capitoletto con n. 16, non è diretto, né volontariamente, né inconsciamente all’autore del lavoro e cioè ad Armando De Vincentiis. Conosciuto a Medicitalia, psicologo ed intellettuale serio, severo quasi nell’affrontare ogni tematica e ogni evento ed episodio o fenomeno dell’esistenza, in modo razionale, quasi da illuminista. Lo conosco soltanto dai suoi scritti e dalle sue apparizione in TV come rappresentante del CICAP. Di lui apprezzo la preparazione professionale, l’intelligenza, il coraggio specie quello di affrontare le ire di mezza nazione in argomenti come quelli dei fenomeni cosiddetti occulti, argomenti devastanti che spesso avvelenano le coscienze di tante persone più o meno preparate culturalmente ad affrontare eventi che non hanno nulla di miracoloso e di soprannaturale.

Siccome però il tema da lui impostato può provocare una risonanza trionfalistica, tripudiante, illegittima e inopportuna in molte persone, addetti e non addetti ai lavori, che vorrebbero ridurre il mondo psichico in termini oggettivamente valutabili, mentre tutto ciò che è psichico rimane ancora un grande mistero per chiunque vi si avvicini, ho voluto sviluppare questa specie di difesa d’ufficio a favore della Psicoanalisi, senza che nessuno me l’abbia chiesto.

Io rappresento quanti sono posti all’ultimo gradino della scala dei cosiddetti “psicodinamici”, e sono una specie di “curato di campagna” nei confronti di tutti gli altri, quelli che occupano gradini sempre più alti nella scala gerarchica, quelli che operano nella psicoanalisi e nella psicologia analitica. Starà a questi intervenire, se lo riterranno opportuno e se lo scritto di De Vincentiis avrà almeno provocato in loro una reazione dovuta.

 

Sono desideroso di leggere il lavoro di De Vincentiis a cui va la mia sincera gratitudine per aver voluto prendere in esame un argomento così difficile ed anche scottante.

Mi scuso per espressioni forti che nella foga di un discorso fatto in un ambiente così’ gelido per tutta la neve che ci ha ricoperto, di converso, può aver preso la piega di una foga estiva e torrida.

 

 

16) Ma il tema proposto è un tentativo criminoso verso la maestra di ogni psicoterapia. Se l’obiettivo era quello di capire come ci si libera dall’ansia e dall’angoscia, sembra che si voglia arrivare alla conclusione che l’una e l’altra non siano raggiunte attraverso la Psicoanalisi, questa disciplina e dottrina che pare venga a turbare i sonni di quanti condividono tutto questo argomento così sgradevolmente posto. La prefazione al lavoro assume le sembianze di un attacco dal sapore sinistro e da un impreciso, incomprensibile e confuso scopo. Rimane questo da decodificare. Forse la soluzione di tutta questa burrasca è la seguente: Liberiamoci dalla psicoanalisi, dall’inconscio, dai brutti sogni e saremo liberi dall’ansia e dall’angoscia. E da una terrificante ossessione (dello spirito).